Il buon gusto secondo Agricola, Caccini. Seconda parte

Nei precedente articoli ci siamo soffermati a comprendere come definire bella  una musica e compreso che ciò sicuramente è strettamente legato alla temporalità. Continuiamo questa breve trattazione sulla educazione al bello e al buon gusto così come molti autori antichi lo intendevano.

Agricola, nella sua traduzione dall’italiano al tedesco di Tosi Opinioni de’ cantori antichi e moderni commenta, in accordo con quei “Pochissimi cantanti” di buon gusto, che (Agricola 1757, Anleitung zur Singkunst p.48):

La pratica nel crescere e decrescere le note lunghe tenute, allarga la sua utilità a tutto il canto in generale. Poiché è una regola basilare dal buon gusto, che ogni nota, che solo sia di qualche durata, debba avere la sua intensità crescente e decrescente.

Risulta chiaro e comune a molti musicisti compositori che avere “buon gusto” significa essenzialmente eseguire le indicazioni esecutive che il compositore scriveva sulle proprie composizioni. Molti segni divenivano convenzionali, e quelli nuovi venivano esplicati con esempi negli Avvertimenti  che erano sempre presenti dopo la dedica e i ringraziamenti.

Giulio Caccini, autore di due libri  di arie e madrigali a voce sola Le nuove musiche e Nuove musiche e nuova maniera di scriverle significativamente introduce le novità di tipo ‘musicale’ direttamente nel titolo della sua opera, specificando che sono nuove musiche e nuova maniera di comporle, il che esprime la volontà dichiaratoria delle novità tecniche. Singolarmente denuncia di “essere stato necessitato” a scrivere tali musiche poiché ha visto che molti passaggi sono “malamente adoperati”. Tali novità sono espletate molto chiaramente all’interno del volume e, a proposito del buon gusto, ne fa riferimento in Alcuni Avvertimenti. Il compositore romano reputa che tre siano le cose principali da sapere per riuscire a ben cantare con affetto solo (Giulio Caccini 1614 , Nuove musiche e nuova maniera di comporle, Alcuni Avvertimenti, Zanobi Pignoni e Compagni, Firenze ):

Tre cose principalmente si convengon sapere da chi professa di ben cantare con affetto solo. Ciò sono l’affetto, la varietà di quello, e la sprezzatura. Lo affetto in chi canta altro non è che la forza di diverse note, e di vari accenti co’l temperamento del piano, e del forte una espressione delle parole, e del concetto, che si prendono à cantar atta à muovere affetto in chi ascolta. La varietà nell’affetto, è quel  trapasso che si fa da uno affetto in un’altro co’ medesimi mezzi, secondo che le parole, e’l concetto guidano il cantante successivamente. E questa è da osservarsi minuziosamente acciocche con la edesia veste (per dir così) uno non togliesse à rappresentare lo scopo, e’l vedono. La prezzatura è quella leggiadria la quale si da al canto co’l trascorso di più crome, e semicrome sopra diverse corde co’l quale fatto à tempo, togliendosi al canto una certa terminata angustia e secchezza, si rende piacevole, licenzioso, e arioso, si come nel parlar comune eloquenza, e  fecondia rende agevoli, e dolci le cose di cui si favella. Nella quale eloquenza alle figure, e à ì colori rettorici assimiglierei, i passaggi, i trilli,  e gli altri simili ornamenti, che sparsamente in ogni affetto si possono tal’ora introdurre. Conosciute sì queste cose, crederò con l’osservazione di questi miei componimenti, che chi haurà dosposizione al cantare, potra per avventura sortire quel fine, che si desidera nel canto specialmente, che è il dilettare.

 

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